majakovskij al piccolo con la regia di serena sinigaglia: cimice o pulce da circo?

13-05-2009

majakov1“questo testo”, scrisse majakovskij, “è la variante teatrale di quell’argomento fondamentale al quale ho dedicato versi e poemi: la lotta contro il piccolo-borghese”.

sono andato a vedere “la cimice” al piccolo, con la regia di serena sinigaglia e per alcuni giorni mi sono chiesto perché mi sono sentito pesantemente ‘fastidito’ dallo spettacolo.

gli attori sono tutti molto bravi e tantissimi, quasi una ventina, con paolo rossi nel ruolo principale.
cantano, corrono, e anche recitano.

le scene sono fantasmagoriche, da kolossal musical-teatrale.

cubi-monolitici con lo strauss di zarathustra (come dire lo spogliarello con l’immancabile accompagnamento musicale di joe cocker), incendi scenografici, realtà virtuali, enormi reti neuroniche a rappresentare il futuribile massmediatico, costumi ricchissimi…
ci sono proiezioni di documenti cinematografici d’epoca della russia rivoluzionaria che introducono lo spettatore.
persino cartoni animati appositamente (immagino) realizzati.

c’è proprio tutto. quindi di cosa essere “fastiditi”?

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lo spettacolo inizia e già la primissima scena preannuncia quello che verrà servito a dosi massicce allo spettatore: il superfluo, l’inutile, il ridondante.
gli attori iniziano fin da subito ad urlare e a correre a destra e manca senza che ce ne sia realmente bisogno. insomma… enfatizzano… cercano di creare l’atmosfera. e fanno una gran fatica.
ci sono gag ripetute due, tre volte attraverso tipiche e meccaniche modalità cabarettistiche dell’oggi televisivo (per carità il cabaret è un’altra cosa… ma come si fa a spiegarlo?…e caspita c’è paolo rossi in scena!).
nel secondo tempo, verso la metà, ho provato imbarazzo per la brava attrice (credo melania giglio) per il disagio -palpabile- nel cercare di “riempire” il vuoto pneumatico nella lunga scena di presentazione dello zoo, con annessi cartoni animati. una delle tante scene perfettamente inutili, come quella del balletto degli studenti verso la fine.

non esiste lo spettacolo perfetto. ”oggettivamente” però si può distinguere uno spettacolo nel quale tutti gli strumenti in mano al regista vengono utilizzati in modo coerente, funzionale, pulito per ciò che il regista, bene o male, ci vuole raccontare.
spaventosa è la differenza contenutistica de “la cimice” rispetto allo spettacolo di un paio di settimane fa “the andersen project”. con la regia di robert lepage, l’utilizzo degli strumenti multimediali (presenti in modo massiccio nello spettacolo) diventa quasi impercettibile…ed è lì che la forma diventa contenuto.

a lungo ho cercato recensioni in rete de “la cimice”.
(ma qualcuno ha mai sentito parlare di “critica”?)
non solo non ho trovato quasi nulla, ma quel poco era sempre entusiasta e riportava talvolta le parole della stessa senigaglia “uno spettacolo corale, fisico, movimentato come sono i miei, con gli interpreti impegnati in 4 o 5 ruoli per un testo grottesco ai limiti del circense di quasi 200 personaggi, e uno straordinario Paolo Rossi nel ruolo dell’orribile protagonista, affiancato da Massimo De Francovich”.

corale, fisico, movimentato.
ok, se questo era l’intento, la cimice della senigaglia è un esperimento perfettamente riuscito.
ma per il circo, dove ogni scena è a sé stante, dove è importante tenere alto lo stupore del pubblico, dove l’intento è puramente consolatorio per fornire alla platea ciò che la platea si aspetta.

ok. ora ho capito cosa mi ha pesantemente “fastidito”.
se la senigaglia avesse portato in scena un suo spettacolo, bello o brutto, non ci avrei perso tutto questo tempo a pensarci su. magari mi sarebbe persino piaciuto.

ma trasformare “la lotta contro il piccolo borghese” di majakoskij uno spettacolo circense… è cosa che, secondo me, non dovrebbe passare inosservata.

forse qualche tempo fa avrei detto… piuttosto del silenzio, meglio una scusa per sentir parlare di majakovskij.
chissà perché… oggi ho completamente cambiato idea.

articolo redatto da: fabio d'ambrosio
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one comment

  1. “Amo guardare come muoiono i bambini.
    L’avete mai vista la brumosa onda della risacca del riso
    dietro la proboscide della tristezza?
    […]
    Io grido contro il muro,
    conficco il pugnale delle parole frenetiche
    nella polpa del cielo inturgidito
    […]
    Almeno tu, sciancato pittorucolo di icone,
    piangi la mia immagine
    nel sacrario del secolo deforme!
    Sono solitario come l’ultimo occhio
    di un uomo in cammino verso la terra dei ciechi!”

    [Majakovskij. “Qualche parola su me stesso”]

    Questo è il potere immaginifico, carico di rottura e rivoluzione, che Majakovskij fa strumento di azione rivoluzionaria.

    E ancora:
    “La Cimice, come Di questo, Lenin, Bene! e a Piena voce (N.d.r. da cui sono tratti i versi più sopra) sono le opere di Majakovskij più pregnanti di idee-sentimenti e suscitatrici di umani problemi, ossia le opere in cui, attraverso la mediazione critica della acquisizioni più vitali dell’avanguardie, la scoperta poetica dei valori del nuovo mondo socialista diviene essa stessa azione rivoluzionaria per la costruzione di quei valori.”
    [Ignazio Ambrogio, traduttore delle opere di Majakovskij).

    Vi domandate cosa avete visto in scena in questi giorni al Teatro Piccolo di Milano, per la regia di Serena Sinigaglia?
    Me lo domando anch’io, dal 13 maggio.

    Mi è parso di essere catapultato in un carrozzone allegorico, fantasmagorico, di scenografie barocche, costumi urlati, allestimenti costosissimi e pregiati: il tutto essenzialmente auto-riferito, un Carosello squisito, televisivo e pubblicitario.
    Con la pecca che dalla pubblicità, lo spettacolo attinge a pieno la caratteristica spettacolarizzazione della realtà ma è dimentica del fatto che la spettacolarizzazione è al servizio della trasmissione del messaggio. Quindi un carrozzone che avvolge il nulla e il nulla comunica; lasciando gli occhi degli spettatori fascinati ma fermandosi esattamente li, alla superficialità dell’epidermide.
    Non c’è puzzo di vodka che si spande dal palco; ma edulcorato profumo di zucchero filato e ammiccanti cioccolatini, ricchi premi e cotillon.
    Tra tutte le maniere di immaginare un futuro 1979 –terribile e futuribile- in grado di rendere la “visione” di Majakovskij e del suo tempo, si ricorre ad una visione Berlusconiana, abbozzata e vuota anche se travestita da un incredibile scenografia di gangli pseudo – futuristi e televisioni imperanti e imperatrici.
    E poi il parossismo delle gag ripetute all’esasperazione e intere parti assolutamente pleonastiche che hanno il fastidioso contributo di distogliere ancora di più l’attenzione dello spettatore dalla storia, che già si regge su piccoli puntelli sottili sottili.

    Registra e traduttore affermano che quando il Piccolo propose loro di tradurre La cimice, non conoscevano l’opera. [dal Libercolo informativo a supporto dell’Opera, distribuito a Teatro].
    A giudicare dallo spettacolo, parrebbe che questa ignoranza sia stata colmata solo in parte.
    Ad esempio non se ne trova nessuna traccia- dell’Opera- nel testo e nei dialoghi, a mio personale avviso, una delle parti più cruciali e più maltrattate di questa messa in scena.
    La lingua majakovskiana è ardua, intricata, piena di impennate lessicali, ostici neologismi, fragorose dissonanze, rime scanzonate, allusioni e rimandi a fatti e personaggi di ci oggi si è spesso persa ogni traccia.[ Fausto Malcovati]
    Se n’è persa veramente ogni traccia: in quello che viene messo in scena sono affogate tra qualche parolaccia e qualche epiteto tutte le immagini e le “idee” dell’Autore. Si perdono, camuffate da insulti, travestite da gag, tutte le “pugnalate” che Majakovskij sferra al cielo inturgidito dei suoi contemporanei.

    Ma il vero aspetto terribilmente preoccupante di tutta questa vicenda, sono le persone e l’opinione pubblica.
    Le persone, ovvero un variegato pubblico di medio e alto borghesi e studenti rampanti vestiti a festa di mercoledì 13 maggio, che durante lo spettacolo ridevano forte all’ammiccante riferimento della regista al vestito e al tacco del Premier e rimanevano a bocca aperta davanti allo sperpero devastante di risorse scenografiche che dell’ epater les bourgeois aveva uno sbiadito ricordo.
    E i commenti fuori: le bocche piene di apprezzamenti per un’opera che recupera il caustico spirito critico di Majakovskij contestualizzandolo ad oggi (!?).
    E i commenti sulla storia.. ma quali commenti a quale storia?
    Io dico che francamente era davvero impossibile capirci qualcosa della storia, con un povero Paolo Rossi nelle vesti del protagonista che, nonostante la sua indiscutibile verve, veniva assolutamente annegato dai frizzi e i lazzi e i merletti del resto: perdendo di pregnanza il suo personaggio, filo conduttore delle due parti dello spettacolo, il già flebile e travisato canovaccio si sbriciola in un ‘esplosione di piccoli sketch, tra l’altro non particolarmente divertenti e di pseudo suicidi telefonati.

    Dove siamo finiti?
    non prendiamo una messa in scena parossistica come un testo rivoluzionario.

    L’alternativa?

    A questo punto: davvero è meglio morire di vodka che di noia!
    [Majakovskij, A Sergej Esenin].

    Filippo Gallina

    filippo, 18 maggio 2009
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