Inneres Auge – Il tutto è più della somma delle sue parti. Franco Battiato, 2009.

 
Il tutto è più della somma delle sue parti è un tema che va da Inneres Auge a Cobden Sanderson (cfr. nostro commento a Ermeneutica e ns. nota a lui dedicata). Cobden Sanderson, artista e rilegatore inglese dei primi del ‘900, nel suo saggio The Book Beautiful parla del rapporto tra le parti e il tutto in riferimento alla creazione del Book Beautiful, il libro perfetto, l’ideale:
tutte le parti, gli elementi che lo compongono devono essere in armonia tra loro a formare un tutto, il tutto, l’unità superiore.
Per la comprensione di questo concetto, riportiamo un importante esempio, la parabola buddhista degli uomini ciechi e dell’elefante (per comodità una traduzione nostra dal sito inglese della versione tratta dal Canone Buddhista, anche se alcuni affermano che sia di origine giainista). …anche lo scienziato, che gira attorno a un argomento considerandolo da tutti gli angoli, ha probabilmente tratto le mosse «accettando come vera una certa idea raggiunta intuitivamente e direttamente» (cfr. Walker 1976, p. 36)…

Parabola buddhista degli uomini ciechi e dell’elefante

Dei discepoli si recarono dal Budda e dissero:
«Signore, qui in Savatthi ci sono molti eremiti e dotti erranti che si danno a costanti dispute, alcuni che dicono che il mondo è infinito ed eterno e altri che dicono che è finito e non eterno, alcuni che dicono che l’anima muore col corpo e altri che continua a vivere per sempre e via di seguito. Cosa diresti, Signore, di loro?»
Il Buddha rispose: «Una volta c’era un certo raja, che chiamò il proprio servo e disse: «Vieni, mio buon compagno, vai a radunare in un posto tutti gli uomini di Savatthi che sono nati ciechi… e mostra loro un elefante».
«Molto bene, sire», rispose il servo e fece come gli era stato detto. Disse ai ciechi riuniti lì: «Ecco un elefante»
e a un uomo porse la testa dell’elefante, a un altro le orecchie, a un altro una zanna, a un altro ancora il busto, il piede, il dorso, la coda, e il ciuffo della coda, dicendo ad ognuno che quello era l’elefante.
Quando i ciechi ebbero sentito l’elefante, il raja andò da ognuno di loro e disse: «Allora, uomini ciechi, avete visto l’elefante? Ditemi, che cos’è esattamente un elefante?»
A ciò gli uomini cui era stata porta la testa risposero: «Sire, un elefante è come un vaso». E gli uomini che avevano osservato l’orecchio risposero: ‘Un elefante è come un setaccio’. Quelli che avevano fatto conoscenza con una zanna dissero che era un vomere. Quelli che conobbero solo il tronco, dissero che era un aratro; altri dissero che il corpo era un granaio; il piede, un pilastro; il dorso, un mortaio; la coda, un pestello; il ciuffo della coda, una spazzola.
Allora cominciarono a litigare, urlando «Sì, lo è!», «No, non lo è!», «Un elefante non è quello!» «Sì che lo è!» e così via, finché arrivarono alle mani in proposito.
Fratelli, il raja era deliziato dalla scena.
Così sono questi predicatori e dotti che sostengono varie visioni ciechi e non vedenti… Nella loro ignoranza essi sono per natura scontrosi, irascibili e polemici, ognuno difendendo l’idea che la realtà è così e così.
In quella, l’Esaltato rese questo significato emettendo questi versi di sollievo:
Oh, come si attaccano e polemizzano, alcuni che pretendono
il nome onorato di predicatore e monaco!
Poiché, litigando, ognuno si attacca alla propria visione.
Tale gente vede solo una parte di una cosa.
(Udana, VI, 4 68-69)